Bariloche, El Bolsón ed il Parco Nazionale Los Alerces

Dopo qualche giorno di riposo, si ritorna sulla strada

Ho passato giorni molto tranquilli a casa di Fernando. Lontano il giusto dal centro città, in un’altra casetta di legno in mezzo alla natura.
Ho riposato il mio corpo esausto, le ginocchia non tenevano più e la schiena scricchiolava.
Non mi sono fatto mancare, però un gran bel giro nel centro città di Bariloche.

Fondata nel 1895 da un immigrato tedesco, la città è stata la destinazione scelta da molti ex nazisti per cominciare una nuova vita in un altro continente.
Aiutati dal Vaticano, prima a nascondersi in chiese e conventi, poi ad ottenere documenti falsi, i nazisti emigravano a Bariloche dove senza problemi iniziavano una nuova vita.
Il caso più famoso è quello di Erik Priebke, il Boia delle fosse Ardeatine (335 persone uccise a sangue freddo il 24 marzo 1944). Egli da Genova arrivò in Argentina del ’48, per poi raggiungere Bariloche e vivere tranquillamente con il suo vero nome.

La cittadina è pittoresca, con casine di legno ed una piazzetta che da sul lago Nahuel Huapi.
Ho trascorso molto tempo sulla riva del lago a pensare.
Sono stato in autostop al Cerro Campanario, uno dei tanti monti che circondano la città.
Si dice che dalla cima ci sia la vista più bella della zona, nonostante io non sia stato sulle altre, direi che posso confermare.
Lo spettacolo a 360 gradi di laghi, montagne, fiumi e prati sconfinati è qualcosa che toglie il fiato.
Sembra irreale il quadro da sogno disegnato dalla natura.
Cime ancora innevate che cadono a picco su laghi scintillanti, fiumi che scorrono dalla cima di esse tagliando queste valli verdissime.

Senza accorgermene, tra un panino ed un mate, trascorro 3 ore nello stesso punto, ammirando.
La contemplazione si conclude quando non mi sento più la faccia a causa del vento gelido e me ne torno a casa col raffreddore.
Il ginocchio sta migliorando ed il giorno prima di salutare Bariloche decido di uscire in esplorazione casuale.
Tiro su il pollicione e vengo caricato da due ragazze dirette alla spiaggia del lago.
Prima facciamo una breve tappa a Colonia Suiza, un piccolo villaggio in mezzo al bosco piena di mercatini di artigianato.
Questo rappresenta la prima colonia Svizzera in Patagonia, risalente ai primi del 1900, quando lo stato dava un concessione dei terreni da coltivare.
Una volta al lago mi immolo nella sfortunata avventura del kayak con gli amici delle ragazze.
Siamo in 3 su un kayak da 2, cadiamo dalle 15 alle 70 volte.
L’acqua credo fosse a -20 gradi, diciamo che non mi sono proprio goduto la vista spettacolare delle montagne che circondano il lago.
Il giorno seguente saluto il mio caro amico Fernando, mi dirigo a El Bolsón, la cittadina Hippie ad un paio di ore di distanza.

Al mio arrivo, mi dà il benvenuto un paesino strapieno di mochileros (la gentaccia che va in giro con lo zainone in spalla, spesso facendo autostop).
In ogni angolo ci sono ragazzi sdraiati con lo zaino a far da cuscino.
El Bolsón è famosa per la sua piazza, che di fatto più che una piazza è un grandissimo e pittoresco mercatino di artigiani.
Come se non avessi la tendinite, mi perdo tra le bancarelle con lo zaino in spalla e compro qualche cosina da fricchettone che ci sta sempre bene.
Sembra di essere ad un festival di viaggiatori, sembra che questa cittadina non abbia popolazione stabile.
Me ne vado nell’ostello che ho prenotato, ovviamente a 4 km dal centro.
Tanto non ho la tendinite.
Tanto non fanno 55 gradi.
Tanto ho il trolley, basta trascinarlo.
Per fortuna l’ostello è carinissimo, una casetta di legno in mezzo al bosco, dentro coloratissima e molto ospitale.
Pieno di ragazzi in viaggio anche qui ovviamente, faccio molte conoscenze e la sera mangiamo asado tutti insieme.

Non potendo immolarmi in escursioni impegnative viste le condizioni fisiche, decido di lasciare El Bolsón il giorno seguente, per raggiungere Esquel, città al lato del Parque Nacional Los Alerces, patrimonio UNESCO.
Ad accogliermi nella piccola città è Clara, una donna sulla sessantina che ho contattato attraverso CouchSurfing.
La sua casetta è una meraviglia, un piccolo trilocale con Mandala di lana ovunque.
Sono appesi al soffitto, impossibile non sbatterci la testa muovendosi.
Mi racconta che sono tutti stati fatti dai viaggiatori che ha ospitato, non vedo l’ora che mi insegni.
Andiamo insieme al suo cane a fare una piccola spesa e prepariamo un’insalatona perdendoci in chiacchiere.
Mi racconta che a Esquel è in atto da più di 4 anni una protesta continua per impedire al governo di aprire una enorme miniera d’oro sulla montagna al lato della città.
Sarebbero letali l’inquinamento e le sostanze tossiche che porterebbe.
È molto attiva ed impegnata, ascolta interessatissima il mio racconto sulle proteste cilene.
Subito dopo cena ci mettiamo all’opera.
Inutile dire che il mio Mandala è spettacolare.

Il giorno seguente, dopo una colazione abbondante a base dei dolci fatti a mano dalla mia cara Carla, andiamo insieme a comprare lana e bastoncini. Voglio continuare a fare Mandala per regalarli alle splendide persone che mi ospiteranno.
Poi preparo lo zaino e mi dirigo sulla strada, direzione Parco Nazionale Los Alerces.
Allargo il pollice ad un incrocio e mi fa salire un uomo sulla quarantina, vive nelle campagne fuori Esquel e sta tornando a casa dopo qualche commissione in città.
Mi lascia allo svincolo verso il parco e mentre scendo si ferma una pick-up dietro di me, a bordo c’è una grande famiglia che mi accoglie stringendosi sui sedili posteriori.
Nonna, nonno, madre, padre e due figli. Ultimo giorno di vacanza nella regione di Chubut prima di tornare nella loro, quella di Rio Negro, che confina a nord.
Sono diretti al parco ed entriamo insieme, fingendomi parte della famiglia pago l’entrata come residente e non come straniero(5 volte tanto).
Al primo lago scendo e li ringrazio mentre loro continuano.
Subito capisco perché tutti gli argentini mi parlavano di questo parco, subito capisco perché è patrimonio dell’umanità.
Uno spettacolo naturale che non ha eguali.
La parte visitabile de Los Alerces si estende per 90km, percorribili su una strada che alterna asfalto e sterrato.
La parte chiusa al pubblico è però molto più estesa ed arriva fino al confine con il Chile.
Non è percorribile per preservare la fauna e la flora, tra cui l’albero millenario che da il nome al parco.

Mangio qualcosa sdraiato sulla spiaggia del lago, poi torno verso il parcheggio ed avvero uno dei miei sogni.
Parcheggiato trovo un vecchio bus urbano di Buenos Aires, camperizzato e reso una vera e propria casa.
Al suo interno una coppia di docenti di Rio Negro mi invita a salire per spostarmi con loro.
Io felice come un bambino salto su ed inizio a guardarmi intorno ammaliato.
I bus urbani dopo circa 20 anni di utilizzo vengono venduti dal comune a basso prezzo, mi racconta Juan mentre guida. Lui l’ha acquistato nel 2012 per poi svolgere in autonomia tutti i lavori per renderlo abitabile.
Il mio sogno.
Costeggiamo a bordo di esso il lago fino ad arrivare ad una passerella, lì scendiamo per ammirare il paesaggio.
Risalgo sul bus e torniamo indietro verso l’entrata bevendo mate e chiacchierando.
Li mi lasciano, tornando verso Esquel, io mi rimetto a bordo strada per continuare il mio tour del parco.

Inizia a piovere mentre si alza un forte vento.
In un minuto sono completamente fradicio ed infreddolito.
Mi preparo un panino mentre continuo a fare autostop ed appena finito di mangiare vengo accolto in macchina da 3 ragazze dirette al centro del parco, che mi lasciano alla Quebrada de Leòn.
Attraverso un sentiero arrivo sulla riva di un altro lago, la vista è ancora più ampia e profonda.
Il cielo si è schiarito, anche se il vento continua a soffiare imperterrito.
Mi siedo sulla riva ed ammiro questo spettacolo di acqua acqua e montagne.
Qui è possibile accampare liberamente, ma dopo aver riempito la borraccia al ruscello proveniente direttamente dai ghiacciai in cima alle montagne, decido di tornare in strada per continuare la visita del parco.
Stavolta l’attesa è più lunga, sono ormai le 18 e passano poche macchine.
Come se non bastasse la pioggia torna molto più abbondante di prima.
Quando ormai sto per rinunciare, si ferma un’auto facendo cenno di salire.
Miracolo.
Mi getto dentro bagnato fradicio presentandomi, non è importante dove vadano, basta rimanere lì dentro per qualche minuto.
La coppia di ragazzi di Buenos Aires è esperta del parco e viene ogni anno in vacanza qui.
Mi consigliano un’area di accampamento libero chiamata Playa El Francés.
Seguo la loro dritta, scendo e sotto il diluvio mi dirigo in quella direzione.
Il luogo è stupendo, ma il tempo è terribile.
Sotto la tempesta monto la tenda più veloce che posso, fissandola ad un albero per non volare via con essa durante la notte.
Finalmente pace.
Freddo anche dentro la tenda, ma pace.
Preparo un riso con tonno e pomodori col mio fornelletto ad alcol, mentre osservo il lago dall’interno della tenda.
Dopo mangiato mi avvicino ad altre persone accampate per chiedere di scaldare l’acqua per il te sul loro falò.
Mi accolgono e ci conosciamo.
Sono due famiglie con i loro relativi figli, in vacanza per una settimana nel parco.
Una delle due donne compie gli anni oggi.
Mentre chiacchieriamo mi porgono un piatto di pasta.
Doppia cena stasera.
Rimango li a chiacchierare, poi regalo alla festeggiata un Mandala fatto da me poco prima e mi allontano dal calduccio del fuoco per tornare in tenda.
Fanno 2 gradi.
Piove.
Buonanotte.

Mi sveglio nel gelo dell’alba, impiego più di un’ora a raccogliere il coraggio per uscire dal sacco a pelo.
Apro la tenda e vengo ripagato per tutte le sofferenze della notte.
Un arcobaleno è nato sul lago davanti a me.
È intero, lunghissimo e con le montagne alle spalle crea uno spettacolo che mi mette i brividi.
Ha nevicato questa notte, le cime innevate rendono ancora più memorabile questo paesaggio che non dimenticherò mai.

Ma c’è da tornare alla realtà, quindi raccolgo le mie cose, chiudo lo zaino e torno sulla strada.
Resto più di un’ora ad aspettare, l’intenzione è quella di uscire dal parco e tornare ad Esquel, ho lasciato parte delle mie cose a casa di Clara per alleggerire lo zaino.
Non passa nessuno diretto all’uscita del parco, quindi decido malauguratamente di salire su un’auto che va in direzione opposta per visitare ancora il parco.
A bordo ci sono due ragazzi, sono venuti a camminare ma non hanno idea di quale percorso intraprendere.
Ci buttiamo su una stradina che va verso l’interno, dopo qualche chilometro parcheggiano e si inoltrano nel bosco.
Non è stata una buona idea, devo farmi a piedi l’ultimo tratto per tornare sulla strada principale.
Li rialzo il pollice ma nulla, non passa nessuno per almeno tre ore.
Quando sto per rassegnarmi all’idea di accampare di nuovo e passare un’altra notte nel parco, ecco una macchina all’orizzonte.
Si ferma, all’interno c’è una coppia di giornalisti argentini, Flavio e Romina.
Mi caricano, sono diretti a Trevelin, città a una ventina di chilometri da Esquel.
Miracolo.
Durante il tragitto parliamo molto, della crisi argentina, dell’inflazione, ma soprattutto delle proteste ad Esquel per le miniere.
Mi raccontano che due anni fa, durante una protesta, è scomparso un ragazzo.
Dopo qualche mese è stato ritrovato morto in un fiume, la polizia, come già detto, qua non scherza.
Mi lasciano a Trevelin e dopo meno di 5 minuti vengo caricato da Jael y Cail, due ragazzi di Esquel che studiano a Córdoba.
Suonano musica africana e hanno più o meno la mia età, ci perdiamo in discorsi sull’università e la musica.
Mi lasciano davanti casa di Clara, ma lei non c’è e decido di andarmene in una stazione di servizio per rinfrescarmi.
Appena tornata a casa mi avvisa e la raggiungo.
È davvero bellissimo stare in sua compagnia, fa sentire bene.
Si propone di insegnarmi a fare il pane, ci mettiamo all’opera.
Chiacchierando parlo del mio sacco a pelo malfunzionante e della borsa della tenda strappata.
Senza pensarci due volte tira fuori la macchina per cucire e dopo 10 minuti mi trovo con un sacco a pelo perfetto e una borsa come nuova.
Ceniamo con un’insalata e il nostro pane, per poi chiacchierare ed andarcene a dormire.
Domani si torna in strada, si torna in Chile.

Tommy

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