Cerro Castillo e Cattedrale di Marmo – Le meraviglie della Carretera Austral

Cerro Castillo e Cattedrale di Marmo – Le meraviglie della Carretera Austral

Passo due giorni a Coyhaique, mi concedo un ostello per riposare la schiena.
Un po’ di tranquillità dopo giorni complicati.
Il terzo giorno resuscito e decido di dirigermi verso Villa Cerro Castillo, paesino alle porte del Parque Nacional Cerro Castillo.
Un centinaio di km mi dividono dalla destinazione, non dovrebbe essere troppo complicato.
Mi fermo all’uscita della città, sempre sulla mia cara Carretera Austral.
Mi fa salire Gonzalo, appassionato di scalata e produttore di miele.
Mi racconta che è in lotta con alcuni produttori di ciliegie, tipiche della zona, perché a causa dei prodotti chimici che essi utilizzano muoiono moltissime api.

Con lui percorro circa 20km, scendo ad un incrocio dove mi dice dovrebbe essere facile trovare un altro passaggio.
Poco dopo, infatti, si ferma un camioncino con a bordo un autista di tour e altri due mochileros.
Sceso da questo secondo passaggio, iniziano le difficoltà, trovo altri 4 mochileros a fare autostop.
Ci spargiamo sui 500 metri di Carretera, ma passano poche auto e nessuna si ferma.
Decido di tornare indietro, dove si trova una pensilina del bus, ormai sono le 15 ed entro poco tempo arriverà il bus che ho deciso di non prendere qualche ora fa.

Probabilmente sarà pieno e rimarrò bloccato qui.
Alla pensilina trovo altri 6 autostoppisti, disperati anche loro per la poca quantità di auto.
Ci perdiamo in chiacchiere, ma al passare di una delle poche auto, decido di mettermi in ginocchio sporgendo il dito.
Per un misto di pena e divertimento, Margarita e Masimo, i due vecchietti a bordo di un pickup rosso si fermano.
4 nel cassone con gli zaini, 3 sui sedili posteriori.
Ci caricano tutti e 7, angeli caduti dal cielo.
Con loro percorriamo più di 50km per scendere felici a 8km da Villa Cerro Castillo.
Dall’incrocio dove scendiamo, c’è una vista stupenda della cima principale del parco, appunto il Cerro Castillo.
Chiedo di scattarmi una foto ricordo, ma mentre mi metto in posa, per deformazione (non)professionale, sporgo il pollice e si ferma un auto.
La foto rimarrà nei miei ricordi per sempre: io, la cima del monte, un cartello della Carretera Austral e la macchina ferma pronta a caricarmi.

Vengo lasciato in mezzo al paesino, formato da 2 strade e una trentina di case.
Compro un po’ di cibo e prendo posto in un camping che si arrampica su di una piccola montagna di fronte all’imponente Cerro Castillo.
Solito riso con tonno e pomodoro per cena, ma stavolta è più buono, grazie alla vista spettacolare.
Mi sveglio presto, dopo una notte calda ma ventosa, colazione abbondante e si va a scalare la montagna.
Il sentiero è lungo 7km, durante i quali mi accompagnano 3 costanti: il caldo, la salita, le vespe.
Alle prime due ormai ci ho fatto l’abitudine, ma le vespe sono insopportabili.
Dopo mezz’ora inizio a dare di matto, converso con le vespe, urlo alle vespe, mi fermo ed inizio a prendere a manate l’aria.
I nervi sono al limite e la salita inizia ad aumentare di difficoltà.

Le mie ginocchia non sono ancora apposto, la tendinite sta tornando più forte che mai.
L’ultimo chilometro è davvero duro, si cammina ripidamente su pietre traballanti.
Poi finalmente arriva la cima, e con lei la pelle d’oca.
Credo sia lo spettacolo più bello che abbia mai visto in vita mia.
Cime rocciose di colore grigio scuro, abbracciate da un ghiacciaio brillante che dà vita a decine di minuscoli ruscelli.
Essi scorrono tra le insenature della roccia fino ad arrivare, sotto forma di piccole cascate, ad una laguna color turchese.
L’acqua di quest’ultima emette dei luccichii intermittenti, dovuti all’acqua del ghiacciaio, piena di sedimenti e minerali.
Per me sarebbe stato impossibile anche solo immaginare qualcosa del genere, pensare che tutto ciò è opera della natura e che ho davvero la fortuna di trovarmi qui, mi da i brividi.
I dolori scompaiono e mi arrampico un po’ di più sulla cima per avere una vista completa.
Mi siedo su una roccia, in silenziosa contemplazione.

Poco dopo, vengo preso d’assalto da una silenziosa fame tremenda.
Così scarto i panini preparati prima di partire e li azzanno, mentre gli occhi non si staccano un secondo dalla meraviglia che ho di fronte.
Passo due ore fermo in quel punto.
Non riesco ad andarmene.
L’unico modo per convincermi a muovermi è cercare di avvicinarmi alla laguna, così inizio una complicata e dolorosa discesa tra le enormi rocce.
Riesco ad arrivare ad una decina di metri di distanza, li mi fermo di nuovo, con le ginocchia a pezzi ma soddisfatto.
Si è fatto tardi e dopo le 3 ore di salita, mi aspetta una discesa molto più faticosa a causa della tendinite.
Nonostante il mio cuore e la mia anima non vogliano abbandonare questo luogo incantato, il dovere e lo spirito di sopravvivenza hanno la meglio. Bello e tutto, ma se rimango bloccato qua, stanotte ci lascio le penne.
Inizia la discesa, un incubo.

L’inizio è dei migliori, la mia mente partorisce un’idea geniale: ascoltare musica per non sentire il ronzio delle vespe.
Fin qui tutto bene, funziona apparte qualche piccolo intoppo quando esse tentano di tuffarsi dentro la mia bocca. Solo una riesce nell’intento, per poi venir sputata con imprecazioni ed esecuzione in pubblica piazza. Che serva da lezione.
Risolto, quindi, il problema ronzante, arriva quello serio.
La tendinite torna più forte che mai, i dolori sono al livello di quelli provati durante il Cammino di Santiago.
I bastoni da trekking e la ginocchiera aiutano, ma non abbastanza.
Zoppico vistosamente ed ho un passo lentissimo.
La discesa, come la salita all’andata, è costante.
Ogni altro escursionista si ferma per assicurarsi delle mie condizioni, ma non c’è molto che si possa fare.
Impiego lo stesso tempo per scendere, ma tra urla e imprecazioni, finalmente il calvario finisce.
All’entrata del parco conosco un gruppo di ragazzi cileni che mi accompagnano in auto in paese, evitandomi un altro chilometro di cammino.
Dopo una doccia per rimuovere i chili di sabbia accumulati, ceno e mi stendo in tenda ricoperto di voltaren.
Mi addormento esausto, cullato dal tramonto delle 22.45.
La mattina seguente arrivo zoppicando alla fermata del bus, dove conosco il primo Italiano dopo più di due mesi di viaggio.
Anche lui è in giro per il Sudamerica da un paio di mesi, ha una sessantina di anni.
Arriva un bus che va in direzione Puerto Tranquilo, entro, lascio lo zaino, mi siedo.
Dopo 12 km, compare un cartello con scritto “Fine via asfaltata”.
Inizia uno sballottamento che terminerà solo 3 ore più tardi.
Da qui in poi, la Carretera Austral è fatta di sassi e ghiaia.

Per fortuna mi addormento con poche difficoltà dopo una breve chiacchierata con la mia vicina, una vecchietta del posto molto simpatica.
Arrivati a destinazione mi alzo, raccolgo lo zaino, esco dal bus.
Nessuno mi ha chiesto di pagare, io non l’ho fatto.
Appena sceso dal bus incontro Nando e Martina, una coppia di argentini che avevano fatto parte dell’autostop da 7 di qualche giorno fa.
Mi avvertono che nel giro di mezz’ora andranno in barca alla Cattedrale di Marmo, il maggior punto di interesse della zona. Mi aggiungo a loro e ci dirigiamo verso la zona dalla quale si salpa.
L’imbarcazione è piccolina, così da poter entrare nei vari tunnel marmorei.
Anche qui, non so come, si dimenticano di farmi pagare e partiamo.
Raggiungiamo las Cavernas de Mármol, una serie di piccole insenature tra le pareti marmoree nel mezzo del lago General Carrera, il più grande del Chile e secondo in Sudamerica solo al lago Titicaca in Perù.
Questo lago è binazionale e la parte Argentina possiede un altro nome: lago Buenos Aires.

Dopo esserci inoltrati nelle caverne, accompagnati dalle spiegazioni di una guida, raggiungiamo il punto forte del tour.
La Catedral de Mármol è una formazione minerale di carbonato di calcio, spettacolari le pareti color turchese, che brillano illuminate dall’acqua cristallina del lago.
Alla base si alzano delle colonne di marmo che creano degli archi, motivo per il quale prende il nome di Cattedrale di marmo.

A pochi metri, invece, c’è la Capilla de Mármol, un altra isola poco più piccola ma ugualmente stupenda.
È stata registrata ufficialmente come luogo religioso, è quindi possibile svolgere celebrazioni al suo interno.
Molte persone, ci racconta la guida, vengono in questa oasi naturale a sposarsi.
Tempo fa i matrimoni venivano celebrati su di una piattaforma alla base della cappella, ma a causa di atti vandalici sulle pareti della stessa, ora questa pratica è proibita e i matrimoni vengono celebrati su delle piccole barche.

Grazie al sole che batte sulle nostre teste, riusciamo ad ammirare le migliaia di colori di queste splendide pareti di marmo.
Tornato sulla terra ferma, decido di seguire gli argentini e di spostarmi verso Chile Chico, l’ultimo paesino a est prima della frontiera.
Prendiamo un bus, questo lo pago.
Ricomincia la strada sterrata, ricomincia il tremolio continuo.
La sabbia alzata dai veicoli sulla Carretera fa vedere tutto offuscato intorno, forse per questo motivo ogni colore qua è più saturo, più acceso, per rimanere a bocca aperta nonostante la nebbiolina costante.
Arrivati in paese sono ormai le 22, ma c’è ancora luce ovviamente.
Ci fermiamo in un camping lì vicino e montiamo le nostre tende.
Preparando la cena conosco un gruppo di israeliti che stanno viaggiando verso nord in macchina.
Mi offrono un po’ di vino mentre fanno pratica con lo spagnolo raccontando del loro viaggio.
Preparo la colazione con la mia cucina ad alcol, di mattina mangio uova, pane ed una banana, ho imparato a curare la mia alimentazione viste le energie di cui ho bisogno durante queste lunghe giornate.
Tra qualche giorno tornerò in Argentina, quindi inizio a pensare di cambiare dei soldi per non trovarmi nella situazione della settimana scorsa.
Dei ragazzi del camping mi consigliano di comprare dollari americani in Chile e con quelli comprare la valuta locale in Argentina. Il cambio sarà a mio favore dicono.
Dopo un’ora trascorsa a fare calcoli ed equazioni per capire se mi convenisse davvero, rinuncio e compro direttamente pesos argentini. Preferisco perdere qualche euro e non spappolarmi il cervello per speculare sull’inflazione argentina.
La città è piena di alberi di albicocche, ne mangio a quintali staccandole.
Nel pomeriggio decido di fare una gita a Puerto Ibáñez in barca.
Il tragitto dura due ore, attraversando il lago con vista sulle ande e, tanto per cambiare, un vento terribile.
La barca barcolla vistosamente nonostante sia abbastanza grande, trasporta una ventina di auto oltre ai passeggeri.
Arriviamo, sempre con gli argentini, in un paesino fantasma.
Non c’è un’anima, solo un piccolo negozietto aperto dove compriamo il necessario per fare una carbonara.

Ci sistemiamo in una piccola casa di legno adibita a camping, nell’area comune c’è un forno a legna.
Con non poche difficoltà, usando due pentolini per l’acqua e altri due per il condimento, la carbonara viene più buona di quel che mi aspettavo.
I commensali apprezzano.
Trascorriamo una piacevole serata chiacchierando con gli altri ospiti del camping.
Il mattino seguente mi lavo in una vecchia stalla con docce e lavandini, saluto la coppia argentina e torno in barca a Chile Chico.
Subito mi dirigo sulla strada che porta alla frontiera ed allargando il pollice, mentre faccio difficoltà a rimanere in piedi per il vento, si ferma una macchina.
Al suo interno madre e figlia cilene, con una casina qualche chilometro prima della frontiera, mi accompagnano molto gentilmente fino ai controlli, per poi tornare indietro.
Un altro timbro di uscita dal Chile e mi metto a fare autostop per raggiungere la dogana argentina a 5 chilometri di distanza.
Sento parlare italiano, saluto e conosco una famiglia di simpaticissimi toscani in vacanza.
Mi propongono di stringerci nel pick-up che hanno affittato.
Chiacchieriamo per un’oretta durante i controlli argentini, poi mi lasciano a Los Antiguos, primo paesino a 2 chilometri dalla dogana, e continuano per la loro strada.
Mi ospita Diego Alejandro, conosciuto su CouchSurfing, nella casa che sta costruendo.
Ha una carinissima figlia di 4 anni ed è in visita a casa sua anche il fratello.
Trascorro due giorni a riposo totale.
Sono stanco, il mio corpo è devastato dal mese senza riposo che ho trascorso.
Un mese in tenda.
Un mese di autostop sotto il sole.
Un mese di vento e notti fredde.
Ogni movimento mi provoca dei dolori.
La schiena è a pezzi, le ginocchia scricchiolano.
La tendinite è insopportabile, quando credi di esserti ripreso riducendo gli sforzi al minimo, torna a farsi viva più forte di prima.
Il dolore inizia intorno alla rotula, con fitte ad ogni appoggio, ma è provocato dal tendine posteriore infiammatissimo.
Quello, al contatto, mi fa urlare.
Lo sto riempiendo di voltaren e ghiaccio, evitando di prendere ibuprofene, aspettando il momento in cui non potrò farne a meno.
Avrei bisogno di più giorni di riposo, ma non c’è tempo.
Aspetto le prossime tappe dall’inizio del viaggio: il ghiacciaio Perito Moreno, il Parco Nazionale Torres del Paine e Punta Arenas, con i suoi pinguini.
Poi solo Ushuaia, nella Terra del Fuoco, laggiù in fondo, alla fine del mondo, che mi chiama.
Devo tornare in strada, riposerò al mio ritorno.

Tommy

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