La Quebrada de Humahuaca

La Quebrada de Humahuaca

La Quebrada de Humahuaca è una valle situata nella provincia di Jujuy, nell’Argentina nord-occidentale.
La parola “Quebrada”, in spagnolo, si usa per riferirsi ad una piccola valle nel mezzo di due montagne, dove in genere è presente un fiume o un lago.
Quella di Humahuaca è patrimonio dell’UNESCO ed io ho deciso di visitarla fermandomi nella città di Tilcara per qualche giorno.
Il viaggio in bus potrebbe valere da solo questa scappata verso il nord-ovest: la strada percorsa si apre attraverso una valle fiancheggiata da due catene montuose.
Queste montagne sono uno spettacolo meraviglioso.
Alla mia destra si innalzano enormi blocchi di pietra dai colori che vanno dal marrone chiaro al rosso acceso, dal giallo tenue al verde saturo di piogge, molto frequenti in questo periodo dell’anno.
Non sono altissime, ma ondeggianti e spaccate da grossi solchi.
Sorpassiamo paesini da 15 anime, costruiti in mezzo a basse montagne, mi chiedo come possa essere la vita in questi posti.
Mi saltano all’occhio i frequenti e pittoreschi cimiteri. Anch’essi ovviamente molto minuti, ma variopinti e pieni di ornamenti appariscenti, simili a quelli usati nelle feste di compleanno per i bambini.

Arrivo a Tilcara, cittadina nel bel mezzo delle alture, come tutte in questa valle.
Alloggio in un ostello davvero accogliente, alla modica cifra di 3.70€ a notte.
Conosco subito dei ragazzi di Buenos Aires con i quali esco a bere una birra scoprendo insieme un concerto di musica locale.
Spettacolo fantastico, con il gruppo che, indossando vestiti tipici, ci racconta la storia di questi luoghi.

Las Salinas Grandes

La mattina dopo inizia il viaggio verso las Salinas Grandes in auto, con i ragazzi conosciuti in ostello, che mi danno un passaggio fino a Purmamarca. Da qui con una breve camminata arrivo al mirador del Cerro de los 7 Colores. A seguito di una buona mezz’ora di contemplazione, decido che è ora di muoversi per raggiungere il destino finale. L’unico modo per raggiungere il salar sono i Remis, ovvero pulmini da 12 persone che si arrampicano sulle montagne che dividono la città dalla nostra meta, per poi scendere. Il picco più alto lo raggiungiamo a 4170 metri sul livello del mare, per poi scendere a 3400 metri, altitudine delle saline.
Per calmare il mal di testa dato dal cambio rapido di altezza, tutti masticano o succhiano foglie di coca. Sapore raccapricciante, spero che quella che vi pippate con tanto entusiasmo sia migliore.
Il percorso è spettacolare, si rinnovano paesaggi che lasciano senza fiato tra montagne dalle mille sfumature e pecore che al pascolo, accompagnate da pastori in abiti tipici.
Completata la discesa si spiana davanti a noi un mare bianco, chilometri e chilometri di sale, più in là solo monti e vulcani.
La nostra guida insiste per farci scattare le classiche foto in prospettiva e con riflesso.

Serranìa de Hornocal

Humahuaca, con 17mila abitanti, è il centro abitato più vasto dell’articolata valle.
Ad un’altitudine di 3000 metri, la cittadina è ha preservato le stesse culture e abitudini di anni e anni fa, quindi passeggiando incontriamo artigiani e negozianti locali intenti a creare e vendere prodotti del posto.
Mangio con il mio compagno di viaggio Martin, un ragazzo di Rosario conosciuto in ostello, in un ristorantino che offre menù completo a 100 pesos (1.30€ circa).
La Serranía de Hornocal, o montagna dai 14 colori, è a 4300m e per raggiungerla si percorre una strada sterrata ideata circa 75 anni fa per collegare la città alle comunità native. Queste comunidad sono autosufficienti, si mantengono grazie all’allevamento e alla coltivazione di frutta e verdura, così da quando la valle è patrimonio UNESCO, gli abitanti delle città si sono adattati con i propri mezzi per trasportare i visitatori fino all’Hornocal. A me è toccato Pablo, un ragazzo di 30 anni. Tra il cambio rapido di altura e sto pazzo che sfrecciava sulle stradine sterrate a picco, sul nulla totale, il respiro era a tratti faticoso.

Arriviamo all’Hornocal e resto di nuovo senza fiato.
Inizio ad abituarmi a questa fantastica sensazione.
Facciamo un brevissimo trekking per arrivare fino al punto più vicino ad esso, appena prima di uno strapiombo e restiamo in silenzio.

Lascio la provincia di Jujuy imparando molto da essa e dalla sua semplicità.
Sicuramente la situazione economica non ha niente a che vedere con quella di Buenos Aires, ma la sensazione che mi ha trasmesso la gente è che, semplicemente, va bene così.
Vivono senza grandi pretese, senza il sogno del denaro, senza le tecnologie di cui noi siamo servi e dipendenti.
Si accontentano e sono felici di quel che hanno, e questo mi ha colpito molto, positivamente.

Tutti e dico tutti, dal proprietario dell’ostello all’autista del bus, dal venditore ambulante al poliziotto, masticano foglie di coca.
È nell’antica cultura degli indios, fin dai tempi della colonizzazione, quando gli oppressori li costringevano a lavorare per una miseria e, non contenti, gli vendevano la coca facendo loro sperperare il poco che guadagnavano.

Un’altra impressione riguarda quanto il mate sia importante nella cultura argentina.
Per chi non lo sapesse, questo è un’infusione preparata con le foglie di erba Mate, una pianta originaria del Sud America.
Si riempie con tale erba una particolare tazza, ricavata svuotando una zucca e si beve attraverso la “bombilla”, ovvero una cannuccia di metallo inossidabile che non permette all’erba stessa di arrivare alla bocca.
In ogni ostello ci sono dei termos a disposizione degli ospiti, per permettere di assaporare ovunque questa tipica bevanda.
Gli Argentini, infatti, riempiono di acqua i termos per poi riunirsi e passare di persona in persona la tazza piena, creando così un perfetto ambiente di conversazione.

Infine due aneddoti particolari che hanno messo a dura prova la mia pazienza nel Nord-ovest argentino.
Il primo è l’onnipresenza delle mosche. Sul tavolo a colazione, in bagno, in escursione, al ristorante…ovunque!
Dopo un po’ ci si fa l’abitudine, è vero, ma il mosquito che ti ronza nelle orecchie ogni mattina alle 7 svegliandoti e non facendoti riaddormentare, metterebbe alla prova anche Gandhi.
La seconda cosa che ho scoperto ed imparato è che, in altura, l’acqua bolle ad 80 gradi e non a 100! Essa quindi necessita di molto meno tempo per arrivare ad ebollizione, ma la pasta impiega un’eternità per cuocersi. Anche due eternità. Vorrei l’avessero saputo anche gli altri ospiti dell’ostello, quando mi hanno visto testare la cottura 70 volte, ogni volta urlandogli contro perché cruda.

Bacetti,

Tommy

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