Le Cascate dell’Iguazú

Mi avevano detto fossero belle, non immaginavo così tanto.

Sono arrivato a Puerto Iguazú, piccola cittadina sulla tripla frontiera Argentina-Brasile-Paraguay.
Il viaggio in bus è durato 21 ore, molto comodo il sedile quasi totalmente reclinabile con poggia-gambe.
Mi hanno servito cena e colazione, comprese nel prezzo del biglietto (meno di 30€ per circa 1300km).
Insomma, niente a che vedere con Flixbus, detto da chi dovrebbe essere socio onorario dei bus verdi, per tutto il tempo passato al loro interno.
Il nord dell’Argentina mi accoglie con 60 gradi all’ombra, percepiti 85.
Con lo zainone in spalla, percorrendo il chilometro e mezzo che mi separa dall’ostello, sudo il 65 del 70% di acqua di cui dicono sia composto il mio corpo.
Simpatico avvenimento, nel percorrere le stradine sterrate di questo piccolo paesino davvero arretrato, mi accompagnano una decina di cani randagi. Come a dire “tranquillo forestiero, ti difendiamo noi”, o forse volevano solo del cibo.
L’ostello con piscina ed aria condizionata da ben 4.70€ a notte, offre una piscina di fango e mosche morte ed un ventilatore in camerata.
Dai così.
Per fortuna ho a pochi chilometri di distanza una delle 7 Meraviglie del Mondo.

Le cascate di Iguazú sono generate dal fiume Iguazú, al confine tra Argentina e Brasile. Il complesso è lungo circa 3km, formato da 275 cascate, alte fino a 70 metri.
Essendo condivise dal Parco Nazionale dell’Iguazú (Argentina) e dal Parco Nazionale dell’Iguaçu (Brasile), si è costretti a dividere la visita in due giorni diversi.
Il primo giorno lo dedico alla parte Argentina, quella considerata la migliore e che comprende l’80% delle cascate.
All’interno del parco ci si muove con un trenino, che ha 3 fermate, una all’entrata, una all’inizio dei percorsi pedonali e l’ultima alla “Garganta del Diablo” (Gola del diavolo).
Inizio con quest’ultima, l’impatto è sconvolgente.
Dopo una camminata di circa 15 minuti in mezzo alla natura, si inizia a notare che il fiume scorre sempre più veloce. Si sente che il mostro è vicino.
Un ultimo boschetto da attraversare e mi trovo completamente senza fiato, davanti ho una gola a forma di U profonda 150 metri e lunga 700 metri.
La potenza è indescrivibile, l’imponenza lascia a bocca aperta.
La terrazza è a pochi metri dalla cima della cascata, si ammira come l’acqua arriva rapidissima e crolla a capofitto per 15mila centimetri fino a scaraventarsi in fondo.
L’acqua torna in alto a causa dell’impatto, inzuppandomi completamente.
Da bravo ragazzo premuroso ho tolto telefono, portafogli e carte varie dalle tasche per non farli bagnare. Col cazzo. Tutto fradicio.
Ma rimango li, non riesco a levargli gli occhi di dosso. Mando a fare in culo migliaia di turisti che mi chiedono di spostarmi per fare 70 foto in posa.
Bevo all’incirca 3 litri d’acqua perché quando ho scritto che sono rimasto a bocca aperta non intendevo in senso figurato.
Finita l’ora e mezza di estasi, quando ormai sono composto nel 140% di acqua, mi separo dalla gola nuotando su me stesso e mi dirigo verso i due cammini che permettono di ammirare da vicino(e da lontano) le altre cascate.

Il primo è il “percorso inferiore” e permette di ammirare dalla base le cascate e l’intero complesso.
Resto di nuovo senza fiato, dall’alto non mi ero reso conto della grandezza di tutto ciò.
Sembra un mondo immaginario, come quelli creati al computer per i film fantastici o i cartoni.
Uno pterodattilo che svolazza nel cielo ci starebbe a pennello, sono costretto ad accontentarmi di condor e falchi.
Da lontano si può ammirare l’Isla San Martin, circondata da un anfiteatro di cascate.
Il verde è di un saturo mai visto prima in vita mia.
Continuo il cammino in stato confusionale, attendendo di svegliarmi da un momento all’altro.
Completato il primo, non mi faccio mancare nulla e mi butto sul secondo. Tanto non capisco un cazzo da ore, non sento la stanchezza.
Il “percorso superiore” mi porta su dei ponti che attraversano la parte superiore delle cascate, dove scorre l’acqua prima di precipitare.
Qui scopro, grazie ad un cartello informativo, che le cascate con il passare dei secoli “si verticalizzano” sempre di più, a causa dell’acqua che corrode la roccia.
Grazie al cazzo direte voi.
Eh io non c’avevo mai pensato.

Il secondo giorno decido di visitare il lato brasiliano, nonostante la pioggia insistente.
Il parco si raggiunge attraversando la frontiera in bus, con il solito doppio controllo del passaporto.
La visita è diversa da quella argentina, c’è un solo percorso da seguire, che ti accompagna fino alla base della Garganta del Diablo.
Spettacolare anche questo, d’altronde un detto popolare dice “en Brasil se ven y en Argentina se viven” (in Brasile si vedono e in Argentina si vivono), infatti la vista è migliore e si ha una percezione più ampia della loro grandezza.
Purtroppo i diversi “miradores” per i quali si passa sono assaltati da turisti che danno le spalle alla meraviglia per posare nelle foto. Così mi dirigo velocemente ai piedi della gola.
Rimango, di nuovo, a bocca aperta.
Dal basso e da così vicino, è ancora più maestosa e imponente.
Il frastuono provocato dall’impatto dell’acqua è impossibile da ignorare, come l’aria e l’acqua che ti assalgono, spostate da questo colosso naturale.
La pioggia si è placata, ma non me ne accorgo.
Mi inzuppo, di nuovo, completamente.
Stavolta la situazione è peggiore perché con il vento fa anche freddino.
L’ascensore panoramico con il climatizzatore a 7 gradi (SETTEGRADICENTIGRADI) non aiuta, visto che fuori ce ne sono 35.

Tra uno stato confusionale e l’altro, dopo 9 ore all’interno del parco, decido che è ora di uscire.

Me ne vado con un ricordo che non mi abbandonerà mai, ho avuto la fortuna di vedere una dei luoghi più spettacolari al mondo.
Solo il deserto del Sahara mi aveva dato lo stesso sentimento di estrema devozione alla vita e soprattutto alla natura, è per queste sensazioni che ho intrapreso questa strada.

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2020-05-06T12:44:44+02:00