L’isola dei Pinguini – Punta Arenas

L’isola dei pinguini ed il faro che sa di fine viaggio

Saluto Puerto Natales per tornare sulla strada in direzione Punta Arenas, a soli 250km di distanza.
Dopo mezz’ora di cammino mi piazzo all’uscita della città, vicino ad una stazione di servizio, e tiro fuori il mio caro pollice.
La giornata è soleggiata ma fa freddo, c’è il solito vento che mi sbatte in faccia.
Quando hai fretta di salire in macchina, il tempo che trascorri aspettando passa lentissimo.
Dopo un’ora si ferma un pick-up guidato da Jorge, con lui percorro circa 20km.
Appena sceso vengo subito caricato da Manu, sulla 40ina, che lavora per una agenzia di turismo all’interno di Torres del Paine e sta andando a Punta Arenas per fare acquisti.
Sono a cavallo, dritti a destinazione.
È molto indaffarato con il lavoro e ci fermiamo in una piazzola per permettergli di effettuare una chiamata importante. Parla più di mezz’ora al telefono, al che mi propongo di guidare per non fargli fare tardi. Con mia enorme sorpresa, annuisce con disinvoltura e ci scambiamo di posto.
Un sogno, percorro 200km lungo la Ruta del Fin del Mundo, guidando un pick-up su una strada deserta ed infinita, accompagnato dalle classiche righe gialle.

Felice come un bambino, in un attimo arriviamo in città e saluto il mio amico Manu.
Qui mi aspetta Mariano, un ragazzo di 20 anni contattato su CouchSurfing.
Mi accoglie a casa con sua madre, la sua sorellina e due gattini. Dormirò sul divano del salotto.
Usciamo subito e mi accompagna al cimitero della città, considerato tra i più belli al mondo per fascino e storia.
Lui lo conosce molto bene e mi fa da guida turistica, mi mostra i diversi mausolei mentre passeggiamo tra i viali alberati.
C’è la tomba di José Menéndez, un uomo d’affari che per coltivare il bestiame in questa regione, con un clima e un terreno considerati ottimi, ha fatto uccidere la maggior parte degli indios che la abitavano. Il suo mausoleo è stato sfregiato durante le proteste che si stanno attuando qui come a Santiago.
C’è una statua dedicata all’Indio Desconocido, un indigeno che si narra avesse il potere di esaudire i desideri. Questa tomba è contornata da piccole mattonelle di ringraziamento, portate in dono dai cittadini che hanno ricevuto favori da questa figura enigmatica.
C’è, infine, un commovente monumento dedicato agli scomparsi durante la dittatura, dove è incisa una parte della poesia “Siempre” di Pablo Neruda:

“Y no se extinguirá la hora en que caísteis aunque miles de voces crucen este silencio. La lluvia empapará las piedras de la plaza, pero no apagará vuestros nombres de fuego”

Passeggiando per la città, Mariano che è un grande appassionato di politica, mi racconta qualche aneddoto sulle proteste.
Mi racconta che una delle cose positive e negative di questa mobilitazione popolare, è che sia stata fin troppo popolare, a tal punto da non aver mai avuto un leader, qualcuno che parlasse a nome dei manifestanti e si buttasse in politica per cambiare le cose. Il contrario di quello che succede in Italia a mio modesto parere, dove ogni minima forma di protesta popolare, sfocia in un salvatore della patria che sembra non aspettasse altro di trovarsi davanti alle telecamere.
C’è però stato un breve episodio, triste e divertente allo stesso tempo.
Il 20 Gennaio 2020, è stato fondato il “Partido por la Dignidad”, con l’intento di dare voce ai milioni di persone in protesta da mesi. Tutto sembrava andare per il verso giusto, mi racconta Mariano, gli ideali erano ormai consolidati ed i leader erano riconosciuti da tutti:
– James Hamilton, una delle vittime del caso Karadigma, triste storia di abusi da parte di un sacerdote cileno nel 2004.
– Claudio Narea, ex chitarrista della storica band rock cilena “Los Prisioneros”.
Milioni di persone avevano speranze e credevano in loro, ma a soli 9 giorni dalla creazione del partito, i due leader hanno rinunciato, motivando poco e male. Semplicemente affermando che qualche membro dello stesso partito aveva idee della vecchia politica e brutte intenzioni.
Il mio amico mi racconta questa storia tristemente, ma con un sorrisetto sarcastico, di chi ha abbastanza ironia da burlarsi della situazione tragicomica del proprio paese.
Dopo un sondaggio, si è scoperto che il governo ha il 2% di appoggio popolare. Ma il problema non è tanto questo, quanto che l’opposizione ha il 5%. In Chile c’è una mancanza di fiducia nella politica che va oltre i partiti, va oltre i singoli politici, la situazione è molto più grave e disperata.
La soluzione non la conosce nessuno, si aspetta marzo, quando con il ritorno nelle scuole e nelle università, ricominceranno anche le proteste, più forti di prima, per la nuova costituzione che questo popolo merita.
Tornati a casa cucino un piatto di pasta e mangiamo tutti insieme, poi a letto.
Il giorno seguente lo dedico ad una passeggiata per la città visto l’ottimo clima.
Non è abituale qua all’estremo sud avere sole e quasi 20 gradi, poi scoprirò infatti che in questi giorni è stata registrata la temperatura più alta della storia in Antartide.
La spiaggia è affollata, piena di gente che si fa il bagno nel gelido stretto di Magellano e gioca a beach volley. In Italia, con questo clima, l’idea di tuffarsi non sfiorerebbe i pensieri nemmeno dei più calorosi.

Il terzo giorno a Punta Arenas è il più eccitante, finalmente si va alla Isla Magdalena, la famosa isola dei pinguini.
La barca salpa alle 15, due ore di navigazione per raggiungere questo piccolo pezzo di terra nel mezzo dello stretto dove una comunità di pinguini ha posto le radici. La tipologia è quella magaglianica, sono piccoli, arrivano più o meno ad altezza ginocchio, e di colore bianco e nero chiaro.
L’arrivo è commovente, non credevo mi facesse questo effetto, ma vedere questi animali per la prima volta, nel loro habitat naturale dove vivono liberi e felici, mi emoziona molto.
Avvicinandoci alla spiaggia, se ne vedono a centinaia spostarsi veloci e districarsi nel traffico pinguinesco.

Scendiamo e mi tengo separato dal gruppo, per non farmi rovinare la visita dai soliti turisti che passano il 90% del tempo di spalle posando per le foto. Non raggiungo l’obiettivo, a farmi innervosire stavolta ci pensano le guide che, urlando, mi mettono fretta. Ci sta, abbiamo solo un’ora di tempo sull’isola per non disturbare il loro ecosistema.
I simpatici animaletti si distribuiscono in tutta la superficie dell’isola, sempre a coppie. Si alternano nel covare le uova e mentre uno lo fa, l’altro pensa a procacciare cibo.
Sono davvero divertenti da ammirare, o in piedi, immobili, o muovendosi con la loro classica andatura rigida e con le piccole ali spiegate.
Questi uccelli non adatti al volo creano delle tane sotto terra, dove il partner “di turno” cova mentre l’altro gli porta cibo a domicilio trasportandolo con il becco.
Totalmente incuranti di noi umani disturbatori, continuano la loro vita tranquilla, in questo angolo di paradiso pinguinesco dove l’unico apporto dell’uomo è il faro che si erge sulla cima dell’isola.

Torno a casa di Mariano davvero soddisfatto dell’esperienza, ad aspettarmi trovo la madre ed i suoi amici a tavola. Non perdono tempo e aggiungono un posto, hanno preparato il “curanto”, piatto tipico dell’isola di Chiloé a base di frutti di mare, pollo e salsiccia, cotti insieme in una grande pentola.
Mangio con gusto, ignaro del fatto che questo mi provocherà una piccola intossicazione alimentare nei giorni a venire.
La regione di Magellano e dell’Antartica Cilena, è popolata per la maggior parte da immigrati provenienti dall’isola di Chiloé, ad ovest della Carretera Austral. Fino alla fine del diciannovesimo secolo, questa regione dell’estremo sud cileno era abitata per lo più da soldati ed esiliati. La politica di immigrazione voluta dal governo portò all’inizio del 1900 moltissime persone da Chiloé e dalla Croazia, non chiedetemi perché.
A cena mi immergo in una infinita chiacchierata con un appassionato di fumetti che conosce il nome di ogni personaggio di topolino in inglese, spagnolo ed italiano. Probabilmente anche in altre lingue ma non mi sono permesso di chiedere. Mi dà una delle notizie più entusiasmanti del viaggio: Paperinik, supereroe dei fumetti Disney ed alterego di Paperino, nonché l’unico fumetto che leggevo da bambino, è stato inventato e disegnato da un italiano!
I fumetti prodotti in Europa, infatti, avevano il doppio delle pagine rispetto a quelli americani, c’era quindi la necessità di crearne di più. Così molti disegnatori italiani iniziarono a produrre le proprie storie ed i propri personaggi, uno di questi è proprio Paperinik.
Cerco di rimanere in me, anche se molto scosso dalla notizia, e la cena continua. Il motivo di questo incontro è la notte degli Oscar, è un rituale per il loro gruppo di amici ritrovarsi per guardarla insieme. Mi aggiungo alla comitiva e passo una piacevole serata, anche se sono palesemente il meno esperto e meno informato in materia.
La mattina seguente mi sveglio e mi butto subito sulla strada, direzione Faro San Isidro, il faro più a sud del continente americano.
Si trova a 75km da Punta Arenas e l’autostop sarà difficile. Non c’è altro così a sud e spero di trovare qualcuno che sia diretto proprio lì come me.
Il primo a caricarmi è un signore sulla 50ina a bordo di un camion della spazzatura, con lui, molto simpatico e loquace, percorro una decina di chilometri.
Quella che segue è un’esperienza di vita che difficilmente dimenticherò.
Di nuovo al bordo della strada, scorgo in lontananza un pick-up sgangherato che supera un camion suonando e sterza bruscamente per tornare sulla giusta carreggiata. Con poca lucidità, lo ammetto, tiro comunque fuori il pollice. La camionetta inchioda.
Mi avvicino e al suo interno ci sono due cileni sorridenti con una birra in mano. Ci stringiamo e si parte. Sono due pescatori, stanno andando in un paesino poco più a sud a svolgere il loro lavoro. Mi offrono una birra, alitandomi alcol in faccia. Rifiuto ringraziando (sono le 11 di mattina). La guida è molto rapida e poco responsabile, l’abitacolo è estremamente stretto per tre persone ed inizia a mancare l’ossigeno.
Chiacchiero felicemente mentre prego tra me e me.
Dopo 30km, che mi sono sembrati 300, mi lasciano vivo e vegeto salutandomi con almeno 20 colpi di clacson e se ne vanno per la loro strada.

Sono nel mezzo del nulla Patagonico, intorno a me mare e colline verdi.
In lontananza si può ammirare l’isola Dawson, utilizzata nei tempi della colonizzazione per un tardo ed estremo tentativo di salvare gli indigeni Selknam. Essi vennero portati in quest’isola ancora estranea alla civilizzazione, ma non sopravvissero, a causa delle malattie portate dai colonizzatori ed alle quali non erano preparati.
In seguito, la stessa isola venne usata da Pinochet come prigione per i prigionieri della dittatura.
Passano pochissime macchine, aspetto una mezz’oretta ma poi finalmente una si ferma.
A bordo un signore con sua figlia quattordicenne, vanno al faro a passeggiare, sono fortunato!
Durante il tragitto noto un piccolo monumento, mi spiegano che è il centro geografico del Chile, considerando anche l’Antartide.
Parcheggiamo e mi inoltro in solitaria lungo un cammino di circa un’ora e mezza, interamente lungo la spiaggia, che mi porterà al faro.
La passeggiata è rilassante, arrivo in questo magico luogo.
Mi fermo di fronte alla piccola penisola sulla punta della quale si erge il faro. È un momento emozionante, eccitante ma anche un po’ triste. La fine del mio viaggio inizia a farsi sentire.
I pensieri navigano nella mia mente mentre salgo fino al faro.
Lo abbraccio.
Trascorro le ore seguenti sotto di lui, ammirando il paesaggio e mangiando un panino.

Torno in città, cucino una tortilla per la famiglia di CouchSurfing e me ne vado a letto stremato.
Il giorno seguente alle 8 salpa la barca che mi porterà a Porvenir, piccolo paesino dall’altra parte dello Stretto di Magellano.
Parlando con la Polola, non possiamo credere che io sia così in basso sulla mappa, sono arrivato davvero a sud, ma non è ancora finita.
Dopo circa un’ora di navigazione, noto che tutti i passeggeri si spostano da un lato della barca, guardando verso il mare meravigliati.
Mi alzo anch’io, esco sul ponte e la pelle d’oca attraversa tutto il mio corpo.
Le balene.
Due enormi code fanno capolino in lontananza, poi il loro classico spruzzo d’acqua.
Non mi aspettavo di avere anche questa grande fortuna.
Sono emozionato.
Arrivato a Porvenir, decido di seguire le orme dell’amico messicano conosciuto molti chilometri fa. Ovvero proporre un servizio fotografico alle strutture ricettive in cambio di alloggio.
Sono fortunatissimo, il primo hotel accetta subito, ma quel giorno è al completo, quindi mi manda in un altro hotel.
In quest’ultimo starò solo una notte, ma mi offriranno il pranzo per i due giorni successivi che trascorrerò nel primo.
Camera matrimoniale, bagno privato.
Non sono abituato a tutto questo lusso ma farà bene alla mia schiena.
Tre giorni di riposo, non mi piace stare in hotel, neanche gratis. Più il prezzo aumenta, più si hanno spazi enormi solo per sé e neanche l’ombra di spazi condivisi dove conoscere persone.
Sono a meno di 500km da Ushuaia, el fin del mundo. La città più australe del continente.

Tommy

PS: Lo so, nessuna voglia di tradurre la poesia di Neruda.
Eccola:
“E il tempo in cui siete caduti non si spegnerà anche se migliaia di voci attraversassero questo silenzio. La pioggia inzupperà le pietre della piazza, ma non spegnerà i vostri nomi di fuoco”

Leggi gli altri articoli

Lo Zaino

La mia casa sulle spalle Ciao. Avendo aperto un blog, mi sento quasi in dovere di farlo, ma [...]

Buenos Aires

Il paesino da 15 milioni di anime Saludos desde Buenos Aires! Una delle città più grandi del mondo [...]

Salta

Un po' più giù, ma sempre al Nord Il mio arrivo a Salta, provincia a sud di Jujuy, [...]

Le mie foto

2020-02-23T18:30:22+01:00