Santiago Rivoluzionaria

Una città in protesta, un popolo stanco che rivendica i propri diritti

Sono finalmente a Santiago de Chile.
Al contrario degli altri luoghi fin’ora visitati, questo mi attira per tutt’altri motivi.
Non per la natura e le emozioni dei paesaggi, ma per la situazione storica che sta vivendo questo paese, raccolta e rappresentata dalla capitale.
Prima di iniziare questa pagina di diario, vorrei precisare che quello che scrivo e scriverò è frutto di ciò che ho vissuto e mi è stato raccontato.
Non voglio offendere nessuno né considerarmi l’unico possessore della verità assoluta, solo raccontare la mia esperienza.

Il Cile è vissuto sotto una dittatura militare per 17 anni, dal 1973 al 1990.
Augusto Pinochet fu il capo del colpo di stato a settembre del ’73, da lì guidò il regime militare liberale ed anticomunista privando Salvador Allende, primo capo di stato Marxista democraticamente eletto, della sua carica.
Subito Pinochet inizio una soppressione della sinistra, bandendone i partiti, uccidendo più di 40’000 persone e sequestrandone più di 600’000.
Grazie all’aiuto dei sempre presenti Stati Uniti ed alle politiche basate sul libero mercato di Pinochet, la potenza economica del Paese cresceva, insieme alle grandi disuguaglianze sociali che ancora oggi non è possibile colmare.
Il periodo di dittatura terminó nel ’90 con un referendum popolare che Pinochet era sicuro di vincere, ma che lo vede sconfitto con il 42% a suo favore.
Da li iniziò una transizione verso la democrazia attuata attraverso riforme costituzionali e nuove elezioni che videro vincitore Patricio Aylwin, del partito di sinistra Concertaciòn.
Continuarono ad alternarsi presidenti di centrosinistra e centrodestra fino ad arrivare a Piñera, attuale presidente di quest’ultima fazione.

L’inizio delle proteste si ha il 14 Ottobre 2019, in seguito all’aumento del costo del biglietto della metro. Come mi viene spiegato, però, questo è da considerarsi solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, infatti le motivazioni sono molteplici: carovita, corruzione, disuguaglianze, legge sull’aborto e molti altri.
Ma tutto ha inizio, quindi, dalle stazioni della metro e dagli studenti universitari che iniziarono a non pagare il biglietto ed a vandalizzare le stesse.
Il 18 settembre, vedendo la situazione peggiorare con continue occupazioni e danneggiamenti delle stazioni metro, Piñera decide di dichiarare lo stato di emergenza, spiegando le forze militari.
Quel giorno, per la prima volta dalla dittatura Pinochet, viene attuata una repressione militare, con coprifuoco e limitazione della libertà.
Le proteste sono tutt’ora in atto, da più di 80 giorni.
Il 22 Novembre, il presidente ha affermato che “Il Cile è in guerra”.

Io, nel mio piccolo, dall’Italia avevo avuto notizie solo attraverso i media e la situazione sembrava critica in tutto il Cile.
Parlando, però, con i miei amici cileni, ero stato rassicurato e mi era stato consigliato di non dare retta ai notiziari, in quanto controllati dal governo.
Così ho deciso di andare a vedere con i miei occhi, non volevo farmi sfuggire questa opportunità.

Il giorno del mio arrivo mi imbatto subito nella prima protesta, mentre mi dirigo alla fermata della metro per andare in centro.
C’è una strada ad alta velocità che attraversa la città, a pagamento, il cui pedaggio continua ad essere aumentato di anno in anno.
Passando al fianco di essa, mi accorgo di un accumulo di persone, fuori dal recinto che la delimita, ma tutte rivolte all’interno.
Avvicinandomi mi accorgo che lungo la pista è pieno di macchine e camion che la percorrono a velocità molto bassa, suonando il clacson.
È in corso una manifestazione di protesta contro il caro prezzi, i veicoli vengono condotti a bassa velocità per creare traffico ed intoppi.
L’accumulo di persone al lato della strada è all’altezza di un posto di blocco dei carabinieri.
Mi unisco alla folla e subito mi salta all’occhio che i carabinieri, indossando abbigliamento color militare e giubbotti antiproiettile, hanno in mano armi più grandi di quello che mi aspettavo e si muovono con veicoli blindati davvero enormi.
Fermano ogni auto, fanno scendere il conducente e i passeggeri, li perquisiscono, il tutto mentre la folla gli urla contro di non toccarli e di rispettare i loro diritti. C’è anche una giornalista col suo cameramen che riprendono il tutto, all’interno di quella che sembra un’autostrada.
Davanti ai miei occhi increduli, una ragazza che conduceva una delle macchine a bassa velocità, viene caricata su una delle camionette blindate e portata via. Così.
Chiedo spiegazioni ad un ragazzo tra la folla e lui mi spiega le motivazioni di tale protesta.
Il pedaggio di questa strada è stato aumentato per l’ennesima volta quest’anno, per coprire i costi di investimento iniziali e la manutenzione.
Secondo i manifestanti, però, l’investimento è già stato coperto da anni e la manutenzione è solo una piccolissima percentuale rispetto al guadagno dello stato sulle spalle dei cittadini.
Mi fa subito impressione la quantità spropositata di carabinieri rispetto ai protestanti.
Ci sono almeno 5 di essi per ogni manifestante, si muovono a gruppi, con scudi, elmetti, manganelli ed armi.
Resto un po’, per fare qualche foto e video, poi me ne vado verso il centro.
Come primo giorno non c’è male.

Il giorno seguente esco per fare un giro nel centro di Santiago.
Piazza Italia è il punto nevralgico della protesta cilena, la fermata metro Baquedano, al centro di essa, è fuori servizio dai primi giorni di tensione.
Scendo quindi alla precedente e mi avvio a piedi, le proteste iniziano ogni giorno verso le 17, quindi sono tranquillo essendo più o meno le 12.
Avvicinandosi alla piazza si notano i cambiamenti, gli edifici iniziano ad essere pitturati e pieni di murales, i pavimenti distrutti, i negozi chiusi con lastre di metallo o cemento, la quantità di carabineros che aumenta a dismisura.
Arrivato, ho subito la sensazione di trovarmi in un luogo dove è successo, e sta succedendo, qualcosa di storico. L’aria è tesa, come piena di energia per le proteste del giorno prima e pronta per quelle in arrivo.
La statua al centro è completamente vandalizzata, i semafori distrutti, i negozi e gli edifici pieni di scritte e murales contro il governo e i “pacos”, come vengono chiamati carabinieri.
Da i brividi.
Carabineros ovunque che si guardano intorno uscendo dai loro veicoli blindati enormi.
Tutti in tenuta antisommossa, armati di scudo, casco ed armi.
Impassibili alla gente comune che passeggiando o andando a lavoro gli urla “asesinos” molto frequentemente.
Allontanandomi mi imbatto nella seconda manifestazione, un gruppo di una 60ina di persone in mezzo alla strada con dei cartoni raffiguranti degli occhi.
Mi avvicino e noto che, come sempre, sono circondati da carabinieri in tenuta antisommossa.
Ma la manifestazione è tranquilla, un microfono passa di mano in mano permettendo alle persone di esprimere la loro rabbia.
Si parla di mancanza di diritti, di necessità di sanità gratuita, di corruzione, della violenta repressione delle proteste.
Di come non sia possibile festeggiare il Natale vista la situazione in cui verte il Cile.
I cartelli stanno a significare che è necessario aprire gli occhi, rendersi conto del problema e non far finta di nulla.
Condannare la corruzione alla quale il paese sembra abituato.
Mi ricorda qualcosa.
Le forze dell’ordine, come sempre impassibili, accompagnano i manifestanti che si spostano verso piazza Italia.
Io me ne vado, anche per oggi la mia fame di conoscenza pratica è stata saziata.
Quello che mi ha colpito, oggi, è la varietà di persone presenti alla manifestazione.
Dall’adolescente, al signore di mezza età, alla vecchietta che mi ha rapito il cuore.
Tutti in piedi, in piazza, intenti a far sentire la propria voce e ad unirsi facendosi forza l’uno con l’altro.
Gente incazzata, gente in lacrime, gente orgogliosa e convinta di quello che sta facendo.

Vengo informato che il venerdì seguente, 20 dicembre 2019, ci sarebbe stata l’ultima grande manifestazione prima delle vacanze natalizie.
Il giorno stesso mi dirigo lì verso le 18, la fermata di piazza Italia, come già detto, è fuori servizio, quindi scendo a quella prima: San Salvador.
Esco dalla stazione ed è già manifestazione.
Centinaia di persone tutte intorno a me, con bandane a coprire naso e bocca o maschere da snowboard.
Tamburi, trombe, canti e balli.
Tutti in strada, diretti a Piazza Italia, incitando chi ancora sul marciapiede ad avvicinarsi.
L’atmosfera è allo stesso tempo gioiosa ed incazzata.
Gioiosa per me perché si percepisce quanto la gente faccia tutto ciò col cuore, perché ama il proprio paese e preferisce questo ad abbandonarlo.
Incazzata perché questo paese non è disposto ad ascoltarla, ma preferisce reprimerla con la forza.
Mi aggiungo al corteo, non è il classico corteo di una manifestazione in cui sono tutti appiccicati, in questo la gente è a più di 2 metri di distanza, sparsa su tutta la strada, sviluppato molto in lungo.
Percorro meno di 50 metri quando sento qualcuno urlare in lontananza, poi vedo i manifestanti correre in senso opposto al mio.
Tutto succede molto velocemente.
Mi rendo conto di colpo che a 20 metri da me c’è un gruppo di un centinaio di poliziotti che corre verso di noi, scudo e manganello in mano.
Mi giro e corro più veloce che posso.
Sento cadere la borraccia dallo zaino.
Mi giro per dargli l’ultimo saluto, ma è già nelle mani di una ragazza che me porge, mentre continuiamo a scappare.
Sento scoppi in lontananza, poi più vicini.
Poi nuvole di fumo.
Volano lacrimogeni.

Non ho idea di quanto spazio o tempo io abbia corso, finché vedevo gente correre intorno a me, non mi fermavo.
Ho avuto paura.
Arrivo al ponte che attraversando il fiume in secca va verso l’esterno del centro.
Mi giro e la situazione sembrava più tranquilla, i manifestanti intorno a me, a quanto pare molto abituati al contesto, ricominciano come se niente fosse.
Quelli in bici urlano “blocchiamo qui” e si buttano in mezzo alla strada fermando le macchine in entrambe le direzioni.
I tamburi ricominciano a battere, mentre si aggiungono un gruppo di ragazze sbattendo mestoli contro pentole.
Poi dei ragazzi suonano dei grossi sassi contro i pali della luce.
Ho la pelle d’oca da un’ora.
Tutto ciò mi emoziona.
Mi sento fortunato a poter vivere tutto questo, nonostante sia nel mezzo di una guerrilla.
Sono commosso sotto la bandana e gli occhiali da sole.

I carabinieri di fanno indietro, io cerco di avvicinarmi di nuovo a Piazza Italia, rinominata in questo periodo Plaza de la Dignidad.
Stavolta passo più vicino al fiume, dove sembra più tranquillo.
Perché nonostante tutto quello che sto raccontando, la gente continua ad attraversare queste zone come se niente fosse, semplicemente per arrivare dall’altra parte.
Sono a pochi metri dalla piazza più famosa del Cile.
Inizia a prudermi il naso, inizio a starnutire.
Poi la gola, un lieve prurito che diventa piano piano forte e costante.
Poi gli occhi, non riesco a tenerli aperti.
Si arrossano e pizzicano, moltissimo.
La piazza è piena di lacrimogeni e le forze armate continuano a lanciarne.
Ad altezza uomo.
Qualche giorno fa hanno ucciso una ragazza di 15 anni colpendola in faccia con uno di questi.
Sono costretto ad allontanarmi perché non respiro.
Ci sono dei ragazzi che girano per le zone di protesta con acqua e bicarbonato in uno spruzzino, per aiutare la gente alleviandole il dolore.
Ne incontro uno che mi aiuta e mi permette di tornare verso la piazza.

Un prato di forze armate, sparpagliate, alcune in moto, altre a cavallo, decine di camion blindati, gruppi a piedi con scudi e manganelli.
Tutti con casco e giubbetto antiproiettile.

La situazione è come quella precedente, migliaia di manifestanti sparsi per la piazza, il suono dei tamburi sovrastato da quello del lancio dei lacrimogeni.
Dalle strade tutto intorno la piazza, tutti suonano nel traffico, con un ritmo che è lo stesso dei tamburi, per invitare la protesta.
Non è facile né scontato muoversi in mezzo a tutto ciò.
Si segue il movimento delle masse, se qualcuno scappa tu scappi, se si avvicina cerchi di avvicinarti.
Se senti qualcuno urlare “arriba!” guarda in alto, è stato appena lanciato un lacrimogeno.
Resto li in mezzo, faccio foto, video, parlo con i manifestanti.
Sono emozionato, eccitato, adrenalinico, ma soprattutto molto impaurito.
Il dolore provocato dai lacrimogeni torna insopportabile e decido di lasciare la zona, mi è stato suggerito di andarmene presto, prima che i carabinieri ricevano l’ordine di far finire tutto e diventino ancora più violenti.

Tornando a casa ripenso a quello che ho vissuto, mi sento di nuovo molto fortunato.

Si, è stato pericoloso.
Ma non sarebbe stato più pericoloso vivere con il rimorso di essere stato qui, in questo momento storico così importante per questo paese, e non aver vissuto da vicino tutto ciò?

Ho deciso di andare perché spesso, da fuori, gli avvenimenti vengono distorti per vari motivi.
Spesso cose come questa, che riguardano vite umane e problemi seri, si riducono a chiacchiere da bar dove ci si sente in diritto di esprimere un’opinione pressappochista della realtà.
Dall’Italia ero informato solo sul vandalismo rivoluzionario del popolo cileno.
Vivendolo in prima persona ho visto persone che, stanche della situazione in cui verte il proprio paese, rivendicano diritti sacrosanti pacificamente.
In opposizione, il loro governo li reprime con la violenza, venendo meno anche ai diritti conquistati con la fine della dittatura.
Mi sento vicino al popolo cileno spero che questa situazione si risolva nel migliore dei modi.

Tommy

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