Ushuaia – La Fine del Mondo

4 mesi sulla strada, per arrivare finalmente alla Fine del Mondo

La strada che da Porvenir va verso Ushuaia è di ghiaia, passano poche auto e trascorro più di un’ora aspettando, con potenti folate di vento che mi riempiono di sabbia.
Finalmente si ferma una famiglia diretta a Rio Grande, Argentina, in vacanza.
Ci aspettano 200km di strada e la frontiera attraverso la quale uscirò dal Cile per l’ultima volta.
Arrivati ai controlli, però, troviamo problemi.
La carta d’identità del padre è tagliata su un lato, la dogana cilena non crea problemi, mentre quella argentina non lo lascia entrare.
È costretto a fermarsi nella terra di nessuno, mentre lei decide di continuare fino a Rio Grande, comprare qualcosa vista la convenienza data dall’inflazione argentina, e tornare a prenderlo.
La vacanza è rovinata, non potranno conoscere la fine del mondo.
Saluto il poveretto che trascorrerà mezza giornata bloccato alla dogana e continuo il viaggio con la madre e i due figli.
Arrivati a Rio Grande, decido anch’io di fermarmi.
Sarebbe facile arrivare ad Ushuaia, mancano 200km e sono solo le 14, ma non me la sento.
Non sono in vena, aspetto da mesi questo momento e voglio essere pronto e nel mood giusto quando finalmente arriverò a destinazione.
Mi fermo in un ostello, la città è brutta ed industriale, nessuna attrattiva degna di nota.
Mi sveglio la mattina seguente, piove a dirotto e sarebbe impossibile arrivare nel punto dove fare autostop, decido quindi di posticipare di nuovo e passo un’altra giornata in ostello.
Giorni strani, trascorsi a pensare fissando il soffitto dell’ostello.
Sono davvero vicino alla fine del mio viaggio, da tanto tempo sogno Ushuaia ed ora è così vicina che quasi non mi sembra vero.
Il giorno seguente è quello giusto.
Trascino a fatica il mio zainone sulla Ruta 3, la famosa strada che dall’Alaska arriva ad Ushuaia.
Sto per percorrere i suoi ultimi chilometri.
Tiro fuori il pollice.
Ogni cosa che faccio, ora, considero la possibilità che possa essere l’ultima volta.
L’ultimo autostop, l’ultima camminata infinita sotto al sole, l’ultimo dolore lancinante alla schiena.
Si ferma una coppia, sono diretti a Tolhuin, a 100km da Ushuaia.
Non è l’ultimo autostop.
Sentimento strano, sono quasi felice di non aver trovato un passaggio diretto.
Voglio che questa avventura non finisca mai.
Ci perdiamo in chiacchiere sul vino e soprattutto sul cibo, apprezzo ogni scambio di battute come mai prima.
Mi lasciano in questo piccolo paesino, non entro a visitarlo, c’è un cartello che dice “Ushuaia 104” e l’emozione è troppo forte per perdermi in una visita.
Conosco un ragazzo francese ed insieme attendiamo quello che probabilmente sarà il mio ultimo passaggio.
Si ferma, poco dopo, una ragazza sulla trentina.
E’ di Ushuaia, è diretta ad Ushuaia, brividi.
Ci parla un po’ della città mentre il cielo si schiarisce e le nuvole fanno posto al sole.
Sento la sua voce in lontananza, mentre sono perso nei miei pensieri.
Costeggiamo la montagna percorrendo una stradina percorsa da centinaia di camion, a destra enormi laghi e un infinito paesaggio di boschi e montagne.
Ad Ushuaia, come in tutta l’isola della Terra del Fuoco, il mercato più prolifico è quello dell’assemblaggio degli elettrodomestici. Questo, quando mi era stato detto, mi aveva colpito in quanto i materiali provengono dal nord e dal centro dell’Argentina, vengono assemblati all’estremo sud e poi tornano a Buenos Aires per la distribuzione.
Sembra insensato, ma poi la ragazza mi spiega che questo è dovuto ad una politica attuata dallo Stato per portare lavoro in un territorio poco popolato come quello della Terra del Fuoco. Infatti, per incentivare le imprese, la produzione qui è esente da imposte. I grandi produttori hanno solo l’obbligo annuale di fare qualcosa per la città e per il bene comune, come ad esempio uno stadio, un parco, una piscina pubblica ecc.
Tutto questo mi lascia con parecchi dubbi. Capisco che queste manovre siano state attuate per portare lavoro in una terra abbandonata dalle aziende. Ma se questo piccolo angolo di paradiso è così inospitale per l’essere umano, perché insistere nel volerci vivere e non lasciarlo godere alle migliaia di specie animali?
Questi ragionamenti mi percorrono la mente rapidamente, ma ho un magone ed una tensione troppo grande per dargli il pesa che meriterebbero.
Al contrario del precedente, in questo autostop non considero molto gli altri presenti nell’abitacolo.
Sono come in una piccola nuvola che si avvicina velocemente a questa città, che ha qualcosa di magico per ogni viaggiatore zaino in spalla. Sarà per le migliaia di volte che ho affermato fieramente il suo nome quando mi veniva chiesto “E dove vuoi arrivare?”.
E’ la Santiago de Compostela di questo mio nuovo viaggio, la condivido con la maggior parte dei viaggiatori che sto incontrando in questi ultimi chilometri, la sento vicina ormai da giorni, la aspetto fin dall’inizio.
Ora è qui ad un passo e, come alla fine del cammino, la sensazione in questi istanti è più negativa che positiva.
Quel sentimento di malinconia, di prendere un po’ atto che anche questa esperienza, come tutte, ha davvero un termine.
Che davvero, da domani, non avrò un altro paesino da raggiungere, non dovrò comprare pane e banane per l’ennesimo viaggio in autostop, non dovrò sorridere ad ogni macchina, raggiunto dall’ennesimo cane randagio a farmi compagnia.
Non riesco a smettere di pensare a tutto ciò, almeno fino ad un certo punto.
Poi una serie di curve strette ed un rettilineo, in fondo ad esso due enormi colonne di roccia.
C’è scritto “Ushuaia” in bianco su una lastra di legno marrone scuro.
La pelle d’oca attraversa ogni parte del mio corpo mentre attraversiamo questa magica porta di entrata.
Ce l’ho fatta davvero.
Sono alla fine del mondo.

Ushuaia

Nei giorni seguenti visito gli incredibili luoghi naturali che contornano la città più australe del continente americano. A bordo di un catamarano navigo sul Canale di Beagle, questo famoso stretto dal quale partono le imbarcazioni dirette in Antartide. Tra le varie isole, visito quella del faro “Les Eclaireurs”, l’isola degli uccelli ed infine quella che più attendevo, l’isola dei leoni marini.
Questi animali, di sfumature che vanno dal marrone al grigio, sono distesi (il termine più appropriato sarebbe “spaparanzati”) su una superficie rocciosa e si muovono raramente, per scambiarsi di posto con pochi movimenti impacciati. Il quadro è pittoresco ed emozionante, il gruppo di leoni marini in primo piano, sullo sfondo migliaia di uccelli appoggiati sulle rocce poco più alte dello stesso isolotto.
Con Pau, un amico conosciuto in ostello, eseguo un’escursione verso la Laguna Esmeralda. Un luogo meraviglioso, acqua cristallina proveniente da un ghiacciaio incastonato tra le montagne rocciose dietro l’enorme lago. Un bosco che divide l’acqua e le cime, centinaia di uccellini colorati che mi fanno compagnia mentre ammiro il paesaggio seduto sulla riva.
I giorni seguenti li trascorro con un forte magone, pensando all’intera esperienza ed al compito arduo che spetta alle persone care che mi circonderanno al mio ritorno: civilizzarmi di nuovo.

Sono partito 3 mesi e mezzo fa con uno zaino, una tenda e qualche vestito.
Ho percorso 10’000 km in questo continente, la maggior parte in autostop.
Ho stretto amicizie che coltiverò per sempre, conosciuto posti che rimarranno impressi nella mia mente, vissuto esperienze che non dimenticherò mai.
Buenos Aires mi ha accolto a braccia aperte.
Il nord mi ha coccolato con la sua ospitalità e la sua semplicità.
Santiago mi ha riempito di adrenalina con la sua gente, le sue piazze, le sue incredibili proteste.
E poi la Patagonia, che è stata la mia casa per 2 lunghi mesi.
Che mi ha insegnato a vivere per strada, ad arrangiarmi, a darmi da fare per seguire il mio grande obiettivo.
Che mi ha riempito il cuore con i suoi paesaggi mozzafiato, ma mi ha anche preso a schiaffi con il suo clima inospitale.
Ma il vero viaggio, quello che mi rende davvero orgoglioso, è stato quello tra la gente.
Il popolo che mi ha accolto, ospitato, accompagnato.
Perché questo non è stato un viaggio in America Latina, ma un viaggio con l’America Latina.
L’America Latina dei ragazzi che mi hanno aperto la porta di casa loro.
L’America Latina delle vecchiette che mi hanno fatto da mangiare per strada.
L’America Latina delle famiglie che mi hanno dato un letto e una doccia.
L’America Latina di chi mi ha caricato in macchina zuppo sotto la pioggia.
L’America Latina dei miei compagni viaggiatori.
L’America Latina, adesso, un po’ anche mia.

Tommy

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2020-03-14T13:27:32+01:00